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lunedì 13 febbraio 2012

CRISI: LA "SCELTA" FRA IL PRECIPIZIO E LA RETROMARCIA -parte prima



1) DOVE CI TROVIAMO?

L’economia mondiale ha deragliato perché da oltre un ventennio è guidata da piloti in stato di ebbrezza. L’ubriacatura neoliberista: niente Stato, il mercato totalmente libero di seguire l’istinto predatorio. Alla fine l’auto ha sbandato, è finita fuori strada ed è rotolata giù per la scarpata. Ma era prevedibile: quando si guida in maniera spericolata l’incidente è inevitabile.

I giornali hanno imputato la crisi a scelte bancarie azzardate, ma questa è solo l’ultima parte della storia. Se vogliamo capire cosa è successo dobbiamo ripartire dalla globalizzazione.

Siamo a fine anni Ottanta, le multinazionali scalpitano per uscire dai confini nazionali, rivendicano la possibilità di poter collocare i loro prodotti da un capo all’altro del mondo senza vincoli di sorta. Tramano, brigano, sbraitano, e ce la fanno a raggiungere il loro obiettivo, ma poi scoprono che il grande mercato mondiale non esiste: solo il 30-35% della popolazione terrestre ha i soldi in tasca per assorbire i loro prodotti, tutti gli altri sono inutile zavorra. Finisce che tante imprese cercano di contendersi pochi clienti, si lanciano in una concorrenza feroce basata anche sulla riduzione dei prezzi. Alle imprese interessa il profitto, se sono costrette a ridurre i prezzi si ingegnano per ridurre anche i costi, così il lavoro finisce sotto attacco. Nei settori ad alta tecnologia la strategia prescelta è l’automazione, negli altri settori si opta per il trasferimento della produzione nei Paesi a bassi salari. Emerge un nuovo mondo contrassegnato da un Sud affollato da lavoratori in semi schiavitù e un Nord con un crescendo di disoccupati e lavoratori precari malpagati. Il risultato è una classe lavoratrice mondiale più povera, ma i padroni si fregano le mani.
Il che ha due conseguenze.
Prima di tutto l’esplosione della finanza, un effetto dovuto alla sfiducia dei capitalisti nella capacità di vendita del sistema. Il loro ragionamento è semplice: quando la massa salariale scende, le prospettive di vendita si riducono e diventa inutile investire in nuove attività produttive. Meglio buttarsi nella speculazione, l’arricchimento tramite l’azzardo, la compravendita di immobili e titoli, non importa se veri o fasulli. L’importante è stare al tavolo del gioco, portare a casa soldi ad ogni puntata. Poi si vedrà.
La seconda conseguenza è l’esplosione del debito: quando le buste paga si fanno leggere, il rischio è che non si chiuda più il cerchio fra ciò che si produce e ciò che si vende.
Per ritrovare stabilità servirebbe una più equa distribuzione della ricchezza, ma al sistema questa prospettiva non piace: finché può, rinvia la decisione con rimedi tampone, cerca la quadratura del cerchio nell’indebitamento.

A ogni angolo di strada banche, istituti finanziari, concessionarie, supermercati, pronti a offrire a poveri e meno poveri, mutui, acquisti a rate, prestiti al consumo: il sogno di una vita al di sopra delle proprie possibilità a portata di mano. Ovunque le famiglie hanno abboccato.

Col manifestarsi della crisi finanziaria, anche il marcio di fondo è venuto a galla: intere economie si sono inceppate per l’incapacità dei consumi di assorbire la produzione.

Il sistema ha dovuto ammettere lo stato di crisi ed ha chiesto ai governi, gli unici con carro attrezzi adeguati, di intervenire. Con un unico obiettivo: tirare l’auto fuori dalla scarpata e rimetterla in condizione di riprendere la sua corsa.

Per risollevare banche e imprese sono stati stanziati miliardi di euro,a forza di strattoni, probabilmente l’auto verrà tirata su e sarà rimessa in carreggiata. Ma ci sono forti dubbi che possa riprendere a correre perché nel frattempo anche la strada si è gravemente danneggiata: a forza di passarci si sono formate buche ovunque, in molti punti il ciglio è franato, se l’auto pretende di correre si fracasserà.

L’unica possibilità è rallentare, dotare l’auto di ammortizzatori più solidi, mettere alla guida un autista più prudente. Fuor di metafora, le risorse si stanno assottigliando, il clima sta impazzendo, le tensioni sociali si stanno aggravando.

Per evitare il tracollo dovremo passare dall’economia della crescita, all’economia del limite, dall’economia del cowboy all’economia del rispetto, ma anche
dall’economia della precarietà all’economia della sicurezza, dall’economia dell’avidità all’economia della cooperazione. Potremmo chiamarla economia del benvivere ; un’economia equa, sostenibile e solidale, capace di garantire a tutti un’esistenza dignitosa nel rispetto del pianeta.

Una strada da imboccare al più presto perché la doppia crisi, ambientale e
sociale, non ci lascia più tempo.

Continua

"l'Altra via" di Francesco Gesualdi

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